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Così si salva la democrazia

 

di BARBARA SPINELLI e ÉTIENNE BALIBAR

Così si salva la democrazia

 

CARO direttore, chiediamo ai tre creditori della Grecia (Commissione, Banca centrale europea, Fondo Monetario internazionale) se sanno quello che fanno, quando applicano alla Grecia un’ennesima terapia dell’austerità e giudicano irricevibile ogni controproposta proveniente da Atene. Se sanno che la Grecia già dal 2009 è sottoposta a un accanimento terapeutico che ha ridotto i suoi salari del 37%, le pensioni in molti casi del 48%, il numero degli impiegati statali del 30%, la spesa per i consumi del 33%, il reddito complessivo del 27%, mentre la disoccupazione è salita al 27% e il debito pubblico al 180% del Pil.

Al di là di queste cifre, chiediamo loro se conoscono l’Europa che pretendono di difendere, quando invece fanno di tutto per disgregarla definitivamente, deturparne la vocazione, e seminare ripugnanza nei suoi popoli.

Ricordiamo loro che l’unità europea non è nata per favorire in prima linea la governabilità economica, e ancor meno per diventare un incubo contabile e cader preda di economisti che hanno sbagliato tutti i calcoli. È nata per opporre la democrazia costituzionale alle dittature che nel passato avevano spezzato l’Europa, e per creare fra le sue società una convivenza solidale che non avrebbe più permesso alla povertà di dividere il continente e precipitarlo nella disperazione sociale e nelle guerre. La cosiddetta governance economica non può esser vista come sola priorità, a meno di non frantumare il disegno politico europeo alle radici. Non può calpestare la volontà democratica espressa dai cittadini sovrani in regolari elezioni, umiliando un paese membro in difficoltà e giocando con il suo futuro. La resistenza del governo Tsipras alle nuove misure di austerità  -  unitamente alla proposta di indire su di esse un referendum nazionale  -  è la risposta al colpo di Stato postmoderno che le istituzioni europee e il Fondo Monetario stanno sperimentando oggi nei confronti della Grecia, domani verso altri Paesi membri.

Chiediamo al Fondo Monetario di smettere l’atteggiamento di malevola indifferenza democratica che caratterizza le sue ultime mosse, e di non gettare nel dimenticatoio il senso di responsabilità mostrato nel dopoguerra con gli accordi di Bretton Woods. Ma è soprattutto alle due istituzioni europee che fanno parte della trojka  -  Commissione e Banca centrale europea  -  che vorremmo ricordare il loro compito, che non coincide con le mansioni del Fmi ed è quello di rappresentare non gli Stati più forti e nemmeno una maggioranza di Stati, ma l’Unione nella sua interezza.

Chiediamo infine che il negoziato sia tolto una volta per tutte dalle mani dei tecnocrati che l’hanno fin qui condotto, per essere restituito ai politici eletti e ai capi di Stato o di governo. Costoro hanno voluto il trasferimento di poteri a una ristretta cerchia di apprendisti contabili che nulla sanno della storia europea e degli abissi che essa ha conosciuto. È ora che si riprendano quei poteri, e che ne rispondano personalmente.

Barbara Spinelli è europarlamentare indipendente del Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica. Étienne Balibar è un filosofo francese

IL GANASCINO

Il “ganascino” è una pratica oggi
quasi completamente scomparsa ma quanti hanno la mia età o più non possono
certo averla dimenticata. Spiegherò dunque, per i neofiti e gli scettici, di
cosa sto parlando:

In termini scientifici, la parola deriva
da quella parte anatomica che si definisce “ganascia”, ma la pratica non è
rivolta tanto verso la parte ossea di tale appendice del cranio quanto verso la
relativa copertura epidermica: la guancia, spesso paffutella, di un bimbo o una
bimba di età compresa tra i tre e i sette anni circa.

Il ganascino poi si connota
diversamente se a compierlo è una donna o un uomo. Sì, in effetti la pratica
godeva di una sorta di “par condicio” tra i sessi ma si esprimeva in maniera
differenziata.

La donna, di solito, “ganascinava”
solo i bimbi più piccoli. Con entrambe le mani, usando il pollice e l’indice,
pinzava le gote ai due lati della bocca e tirava,ma con grazia, la pelle verso
l’esterno; sgranando gli occhi chiocciava bambinesche espressioni di
ammirazione, quindi sollevava il malcapitato schioccando sonorissimi baci
conditi da oscure minacce, tipo: “io me te magnerebbe a mozzichi a te!”

La parte più orripilante della
faccenda era il ganascino maschile. Il ganascinaggio avveniva di solito in due
circostanze: durante una visita in casa da parte di amici di papà o durante una
passeggiata coi genitori, per l’incontro casuale di amici e colleghi. In
entrambe le circostanze, correva l’obbligo di presentare i membri della
famiglia presenti e per i piccoli non c’era più scampo: inesorabile, arrivava
il ganascino.

Ma com’era il ganascino, diciamo
così, maschile? Ebbene, il ganascino maschile era questo: L’amico (o collega)
piegava a martello l’indice e il medio della mano destra e con queste due dita,
di solito grasse, giallicce e puzzolenti di fumo di tabacco, pinzava
vigorosamente la guancia sinistra del malcapitato fanciullo, cominciava un
movimento avanti e indietro che faceva scorrere la pelle tutto intorno al
cranio della vittima e cominciava, con voce vezzeggiante una tiritera in
perfetto cretinese del tipo:

- Gì giggì giggì, che bel
bambinooo! Come ti chiami?

- Mastrubalompio! Rispondeva la
piccola vittima.

- Che bel nome! Quanti anni hai?

- Seicento trentasette!

- Braavoo!

E solo allora la martoriata gota
riceveva la grazia d’essere lasciata in pace. Il genitore ghignava soddisfatto
e la genitrice, se presente, si lanciava in sperticate lodi della prole di cui
non importava niente a nessuno.

GOVERNABILITA’ E DEMOCRAZIA

In questo periodo infame per il nostro Paese, stiamo
assistendo ad un desolante spettacolo che si svolge sul teatrino della politica
pratica: quella che viviamo ogni giorno attraverso una sconcertante messe di
prese di posizione preconcette, largamente sponsorizzate con ignoranza,
supponenza e presunzione dalle fonti di informazione (sia su carta stampata che
per radio e TV).

Come al solito si giocano le carte delle attese
messianiche e delle formule magiche, affidate al Ghepensimì di turno.

La parola d’ordine che gira su tutte le saccenti
bocche è “governabilità”. Si affida a questo termine insulso la speranza di una
panacea politica che nell’immaginario collettivo significa rapidità di
decisione ed esecuzione, senza chiedersi né di che né di come né perché.

In realtà esiste un conflitto intrinseco tra il
concetto puro di democrazia e questa malintesa governabilità. La democrazia,
cioè il potere del popolo, vuole due elementi essenziali: rappresentanza e
dibattito. La prima è condizione essenziale affinché sia presente la voce di
tutte le classi sociali e di tutte le filosofie politiche; la seconda è quella
condizione per cui lo scontro di interessi divergenti si risolva in un
compromesso che metta in primo piano il superiore interesse dell’insieme
sociale in cui si vive ed opera.

La governabilità, nella accezione in cui v iene
declinata attualmente, rappresenta invece una forma paradittatoriale di
decisionismo, affidato ad una maggioranza artificiosamente precostituita e del
tutto sordo alle ragioni dell’altro.

Con questo non voglio certo dire che in democrazia non
ci sia governabilità. In democrazia la governabilità è il frutto di un onesto e
ragionevole accordo tra forze politiche che si accordano su un programma di
breve e medio periodo, della affidabilità ed autorevolezza di chi viene
chiamato a reggere i dicasteri dell’esecutivo e del consenso parlamentare che
segue un dibattito serio, ragionato e ragionevole. Questo corrisponde pure,
intrinsecamente, a tempi rapidi di esecuzione. Abbiamo già visto che, quando si
vuole e c’è accordo, si può promulgare un provvedimento legislativo nello
spazio di una settimana, anche col vituperato sistema bicamerale che, di
solito, serve anche a correggere le incoerenze della prima stesura della legge.

Qui, comunque, non intendo ergermi a paladino del
bicameralismo perfetto, anche se la critica a tale sistema dovrebbe essere più
sul sistema elettorale incoerente che esiste tra le due camere che al sistema
di per sé. Si può essere democratici anche con una camera sola, basterebbe
essere più seri e costruttivi, ma il GHEPENSIMi’ che si sta prefigurando, con
grande plauso mediatico, è l’antitesi perfetta della democrazia, sia nella
forma grillina che in quella renziana, figlie entrambe del berlusconismo
(quello sì perfetto) che ha macchiato l’ultimo ventennio e figlio a sua volta
di quel craxismo che ha condotto a morte i partiti della cosiddetta prima
repubblica.

 

PENSIONI: L’IGNORANZA, LA MALAFEDE E L’INVIDIA

In una situazione di generale disastro dell’economia, con famiglie che si vedono falcidiare il pane quotidiano (tra contratti a tempo, disoccupazione e licenziamenti), chi governa trova una oggettiva difficoltà nell’affrontare il giustificatissimo malcontento popolare che rischia di sfociare in tumulto e di sfuggire ad ogni controllo. Che fare allora? Semplice, si ripropone la vecchia tecnica della distrazione.

La distrazione consiste in questo: si sceglie in falso obiettivo, possibilmente qualcosa che possa facilmente suscitare lo spirito di squadra: i malcontenti, che sono la stragrande maggioranza, da una parte ed un gruppo minoritario (almeno a livello di forza fisica e politica) dall’altra; a fungere da paravento e contrappeso, in altre parole: un capro espiatorio. Allora chi scegliere? La Casta con le auto blu e il finanziamento pubblico sono qualcosa che da un lato ha esaurito la propria spinta mediatica e dall’altro  non è un tasto su cui convenga battere. C’è il vecchio discorso dell’extra-comunitario che ruba il lavoro agli italiani, ma quello è già appannaggio di un gruppo d’opposizione ormai fuori moda e non incontra il favore della curia, perciò lasciamolo perdere, specie in un momento in cui si versano lacrime di coccodrillo sugli annegati di Lampedusa.

In realtà, si sa benissimo che alla base del degrado economico e produttivo c’è una politica economica inetta, la scelta del modello thatcherian-reaganiano che conviene solo alle potenti multinazionali della finanza, la miopia crudele delle grandi potenze che hanno fatto inginocchiare la piccola, innocua Grecia che si poteva salvare con pochi spiccioli del bilancio comunitario, la volontà di distruggere un sistema di garanzie costruito in oltre un secolo di lotte animata dallo scopo di poter fare del lavoro un’arma di ricatto e del lavoratore un obbediente suddito. Si sa pure che tutto ciò non ha funzionato e rischia di essere un boomerang ma le potentissime lobby della finanza temono che ogni cedimento possa scoperchiare la pentola e tengono duro. Che fare allora per distrarre l’attenzione dalla verità? A chi si può addossare la colpa dei disastri?

Restano la sanità e le pensioni. La sanità però ha ormai subito una falcidie intollerabile e la potentissima lobby dei primari dà segni di nervosismo pericolosi. Le pensioni sono state già massacrate, però c’è ancora un po’ di spazio per sollecitare la guerra tra poveri: ci sono le famigerate PENSIONI RETRIBUTIVE e poi si può battere pure la grancassa delle PENSIONI D’ORO! Questa sì che è un’idea: la maggior parte dei pensionati, che sono circa 17 milioni, ha un reddito da fame nera, prende dai 400 ai 1000 euro, non ha neppure i soldi per un giornale e vede al massimo la televisione. Cosa c’è di più facile che sollecitare il più antico dei sentimenti, l’invidia, e dire loro che la misera situazione dell’Italia è colpa di chi ha una pensione dignitosa? Inoltre la cosa si può spendere bene anche presso quella massa di disoccupati e lavoratori marginali che, ignoranti come cucuzze perché titolari di una squalificata licenza media, e talvolta anche di un altrettanto squalificato diploma, ma incapaci (lo dicono gli enti preposti, non io) di comprendere il significato di un testo e di fare semplici operazioni aritmetiche, si berranno come oro colato le fandonie di prezzolati giornalisti televisivi dagli stipendi milionari che diranno loro che una pensione di 3000 euro lordi (poco più di 2000 netti) è un vergognoso spreco che lo Stato non si può permettere ed è stata ottenuta con mezzi loschi senza aver versato un decente corrispettivo nell’arco della vita lavorativa. A tal fine si rievoca la vecchissima legge Rumor, abolita ormai da 21 anni che consentì alle madri di figli piccoli con più di 15 anni di anzianità nel pubblico impiego di avere una pensione. Che tale pensione fosse ben modesta (solo il trattamento della contingenza, ormai abolita, e la presenza dello stipendio del marito rendevano conveniente l’offerta. La legge infatti fu varata per evitare di aggravare le casse dello Stato della spesa necessaria ad aprire un numero conveniente di asili ed asili nido e fu quindi un subdolo risparmio, non un aggravio di spesa) ed oggi corrisponda a poco più del trattamento minimo per la modesta percentuale delle donne che avevano allora i requisiti viene opportunamente taciuto. Viene ugualmente taciuto, per lo stesso motivo, che i cosiddetti baby-boomers, cioè quella gran quantità di bimbi che nacque nei primi anni del dopoguerra e fanno paura alle casse dell’INPS per l’alto numero, sono andati in pensione dal 2009 in poi, il che vuol dire che la loro pensione contributiva, quando è tale, si è calcolata sulla retribuzione media degli ultimi 10 anni (che possono talora essere anche in decremento) e non sull’ultimo stipendio – come si dice, mentendo, nei dibattiti televisivi – perché anche questa regola appartiene ormai all’archeologia previdenziale e la promozione in uscita che serviva ad aumentare la pensione era applicata come prassi solo presso le forze armate e la polizia dove poi non si andava in pensione ma “a riposo”, e non a carico dell’INPS (cosa introdotta per tutti dal governo Monti per coprire gli ammanchi della pubblica amministrazione che, in sostanza, aveva sempre omesso di accantonare i contributi dovuti) ma a carico del Tesoro, cioè dell’unica “tasca” indifferenziata dello Stato. Inoltre chi non aveva almeno 18 anni di contributi quando fu reintrodotto il contributivo (nel ’95) ha un trattamento misto di pochi anni retributivi e molti contributivi, se però ha cominciato nel ’93 o dopo ha il contributivo puro. Il retributivo puro si applica quindi solo ha chi ha lavorato con continuità da prima del ’77.

La cosa peggiore poi è che alti funzionari dell’INPS ed influenti personaggi politici vanno dicendo con grande sicumera che nessuno ha contribuito tanto quanto poi riceve da pensionato.

Dato che ritengo questa affermazione falsa e tendenziosa, permettetemi di fare i conti della serva. Mi perdonino i barbuti ragionieri della previdenza, avvezzi a conti complicati ed infiniti: io mi baserò sulle semplici quattro operazioni delle scuole elementari. Il risultato sarà forse un po’ approssimativo ma credo che ognuno potrà riconoscerne la congruità.

Cominciamo con l’informare il povero stipendiato, spesso ignaro dei meccanismi e quindi facilmente indotto in errore, che il contributo versato alla cassa di previdenza pensionistica non è la piccola somma che vede così indicata nella busta paga (quella è la quota a suo carico), ma corrisponde al 33% dello stipendio LORDO. Voglio dire che la parte che compete al datore di lavoro (la più grande) è, di diritto, un elemento stipendiale e non un regalo; non viene indicata nel lordo per puro espediente contabile.

Veniamo dunque ai conti:

Per ogni 100 euro di lordo, ci sarà quindi un versamento contributivo di 33 euro mentre il lavoratore, di quei cento euro ne vedrà circa 60 DI NETTO. (detto tra noi: non facciamo confusione col TFR che è sempre una retribuzione differita, come la pensione, ma corrisponde ad una mensilità lorda annua). Detto lavoratore vede quindi, per ogni cento euro lordi di retribuzione, una paga netta annua di 60 x 13 = 780 euro e versa all’INPS 33 x 13 = 429 euro per anno. Se il lavoratore ha diritto al trattamento retributivo, vedrà, dopo 40 anni di onesto lavoro, una pensione corrispondente all’80%, e cioè 48 euro mensili corrispondenti a 48 x 13 = 624 euro annui per ogni 100 euro di retribuzione media degli ultimi 10 anni di lavoro percepiti. Ma quanto ha versato nei suoi 40 anni di contribuzione? Ha versato 429 x 40 = 17.160 euro per ogni 60 euro mensili percepiti al netto. Ora, se dividiamo per le tredici mensilità pensionistiche la somma accumulata si otterranno gli anni di pensione che il lavoratore si è messo da parte, questo senza guardare agli interessi che a tale somma andrebbero attribuiti durante il periodo di vita del pensionato.

Facciamo dunque questo conto: 17.160 : 624 = 27,5 cioè ventisette anni e sei mesi. Quindi un lavoratore pensionato ai classici 65 anni di età esaurirà, se ci arriva, il capitale da lui accumulato all’età di 92 anni e sei mesi. Viva la faccia dei soldi “rubati ai figli!”.

Se quel medesimo lavoratore andasse in pensione col contributivo, vedrebbe un trattamento pensionistico pari a circa 30 euro mensili, cioè 390 euro l’anno per ogni cento euro lordi di retribuzione media, e vedrebbe risarcito il proprio contributo all’età di 109 anni.

Concludiamo: a mio parere LA VERA TRUFFA E’ IL CONTRIBUTIVO! Il vero motivo del deficit previdenziale è da imputare al fatto che mentre la previdenza deve essere un sistema mutualistico basato sulle cifre versate, l’assistenza agli invalidi, ai cassintegrati e agli anziani che non hanno contribuito dovrebbe essere a carico della fiscalità, cioè delle tasse, del Tesoro. Così non è perché lo Stato ha scaricato tutto sulle spalle dei lavoratori per coprire i propri ammanchi di cassa ed ora attacca i pensionati perché difficilmente potranno mai costituire una forza di resistenza organizzata (che fanno, scioperano?). VERGOGNA!!

Una società che non rispetta i propri vecchi non è civile.

Un’altra stupidaggine è quella delle pensioni d’oro. Pare appurato che le pensioni con un lordo superiore a 40.000 euro mensili siano una decina, tutte regolari sulla base dei contributi versati. Ci sono poi, in tutto, 540 pensioni che superano un lordo di 5000 euro mensili (poco più di 3200 netti), anche esse del tutto regolari sulla base dei contributi versati. A parte il fatto che se si contesta che ci siano pensioni di un certo rilievo si dovrebbe in assoluto contestare qualsiasi tipo di retribuzione che supera certe cifre, altrimenti non si capirebbe perché un direttore di banca o l’amministratore delegato di una compagnia assicuratrice o il manager di una grande azienda debbano avere retribuzioni e benefit di un certo tipo e perché poi le stesse persone, una volta che si siano ritirate dalla vita attiva, debbano rinunciare a tutto ciò di cui godevano in precedenza, accontentandosi di un assegno di sopravvivenza insufficiente pure per pagarsi una degna casa di riposo. Con regole di questo tipo converrebbe a qualsiasi valido professionista di lasciare questo Paese e nessuno si farebbe venire la voglia di investire in Italia.

Torniamo però di nuovo ai nostri “conti della serva”:

A titolo d’ipotesi, poniamo che la retribuzione media dei 540 suddetti sia di 100.000 euro annui netti. Immaginiamo poi di ucciderli tutti e rendere disponibili questi soldi per gli altri 16.999.460 pensionati. La cifra disponibile sarebbe di 54 milioni di euro annui che, suddivisi per i suddetti pensionati NON d’oro, consentirebbe loro di ricevere l’enorme cifra di 0,244 euro (24,4 centesimi) in più al mese. Questo sì che è un AFFARE D’ORO!!!

Ahi serva Italia!

 

 

Spesso ho detto di non voler parlare di politica; poi mi accorgo che, in fondo, ne parlo sempre, perciò non lo dirò più d’ora in poi, ed anche oggi parlerò di quello.

 

Il cavaliere senza cavallo ha deciso di rovesciare il tavolo. Da principio era parso che gli premesse solo la sua propaganda elettorale, con l’abolizione della IMU prima casa, provvedimento validissimo per chi stenta a pareggiare il bilancio familiare ma populista ed idiota verso chi, come me (non credo di dovermene vergognare dopo una vita al servizio dell’umanità), se la può permettere, evitando in tal modo di mettere in crisi i servizi sociali dei comuni. Ora si è capito molto bene che l’unica cosa che gli sia sempre premuta è quella del proprio comodo, al di sopra ed al di là delle leggi che regolano la vita dei comuni mortali perché lui, lo sponsor, il cocco ed il protetto-protettore di Bettino Craxi (altro noto galantuomo che però, forse, un po’ di senso dello Stato lo aveva) si sente in diritto, quale Dio in terra, di rispondere solo alla propria legge. In questo poi ha pure un po’ di ragione: infatti Lui non ha elettori, ha dei “fedeli”, quelli che giureranno sempre, al di là di ogni evidenza, sulla sua probità e pure sul suo diritto a “divertirsi come meglio crede”; ed ha anche degli iloti, proni al suo volere ed obbedienti ad ogni cenno. Non mi dolgo che si dimettano da ministri. Nel mio intendere un ministro è una personalità preposta al comando per il bene del popolo, un uomo di valore sopra le parti, non uno che prende ordini da un tizio qualsiasi, anche se (ancora per poco, spero) senatore della Repubblica.

 

C’è pure poi qualcuno, forte di un 25 per cento di consensi, che non ha pudore a dire di essere fautore del tanto peggio tanto meglio. Qualcuno che pensa di potersi avvantaggiare del caos e delle sofferenze di un Paese che verrà perfino privato, in sostanza, della residua sovranità e, se tutto va bene, sottoposto alla guida della cosiddetta troika, come la povera Grecia. A quel qualcuno ho da dire una sola parola: VERGOGNA!

 

Al Presidente della Repubblica, buon nonno d’Italia e bravissima persona, voglio solo rimproverare la superficialità con la quale non ha saputo intravedere i tempi bui cui si andava incontro quando ha favorito la permanenza al potere di forze potenzialmente eversive, dando tempo prima alla compravendita dei parlamentari, poi ad un anomalo governo che ha fiaccato il consenso alle forze progressiste ed, in ultimo, favorendo il formarsi dell’attuale pataracchio.

 

Posso permettermi di invocare un governo Rodotà? Però senza Guru che comandano da fuori, ve ne prego! Cerchiamo di uscire da questa melma, costi quel che costi, e poi torniamo al voto con una legge vera e con partiti veri. Allora non ci sarà niente di male se dei veri rappresentanti del popolo, delegati ad amministrare le centinaia di miliardi di Euro delle NOSTRE tasse, guadagneranno quanto un normale dirigente di banca e se un equo finanziamento (per chi conosce l’aritmetica elementare, si tratta di pochi spiccioli a contribuente) ci possa fare da baluardo contro chi si potesse permettere ricche campagne di persuasori occulti a favore dei Paperoni di turno se non, addirittura, a favore di forze esterne agli interessi nazionali ed europei.



KAZAKISTAN

 

 

 

Mi permetta l’ottimo Giannini di pubblicare il suo articolo su Repubblica. Mi sono sempre ripromesso di non affrontare in prima persona argomenti politici, non per viltà ma per rispetto delle opinioni degli altri. Opinioni sempre legittime se, a loro volta, vengono espresse con rispetto. C’è però un limite a tutto e di fronte a questo nuovo misfatto, io sento una profonda vergogna di appartenere a questo Paese e, lo dico con grande serietà, di essere rappresentato da questo governo. Il caso Ruby poteva anche far sorridere, questo no.

Questo è l’articolo di Giannini:

C’è uno scandalo politico da illuminare, nella linea d’ombra che attraversa gli Stati e gli apparati, la diplomazia e la burocrazia, i diritti e gli affari. 

Solo in Italia può succedere che cittadini stranieri, ma domiciliati qui, possano essere “sequestrati” in gran segreto dalle autorità di sicurezza e rispediti nel Paese di provenienza, dove si pratica abitualmente la tortura. 

Solo in Italia può accadere che questi cittadini siano rispettivamente la moglie e la figlia minorenne di un noto dissidente del Kazakistan, rimpatriati a forza con il pretesto di un passaporto falso per fare un “favore” a un premier “amico” come Nazarbayev, con il quale si fa business ma del quale si parla come di un dittatore violento e senza scrupoli. 

Solo in Italia può avvenire che un simile strappo alle regole dei codici nazionali e internazionali sia scaricato, tutto intero, sulle spalle dei funzionari della pubblica amministrazione, mentre i ministri del governo della Repubblica si lavano serenamente le mani e le coscienze. Perché questo è, alla fine, il comunicato con il quale Palazzo Chigi prova a chiudere l’oscuro caso Ablyazov-Shalabayeva: un atto di viltà politica e di inciviltà giuridica, che invece di ridimensionare lo scandalo, lo ingigantisce. 

Il testo, redatto alla fine di un vertice tra il presidente del consiglio Letta e i ministri Alfano, Bonino e Cancellieri, è un concentrato di buone intenzioni e di clamorose contraddizioni. Chiarisce che le procedure che hanno portato all’espulsione di Alma Shalabayeva e della sua figlioletta di sei anni sono state assolutamente regolari sul piano formale. Trasferisce sulla Questura di Roma e sulla Digos la colpa “grave” di non aver comunicato ai vertici del governo e ai ministri competenti “l’esistenza e l’andamento delle procedure di espulsione”. Riconosce l’errore, revoca il provvedimento e si premura di verificare “le condizioni di soggiorno della donna” ora detenuta nella capitale kazaka, auspicando che possa al più presto “rientrare in Italia per chiarire la propria posizione”. 

Il cortocircuito è evidente: si prova a coprire questa vergognosa “rendition all’amatriciana”, ma di fatto si sconfessa senza ammetterlo l’operato di Alfano, che ne aveva negato l’esistenza. Sommerso dalle critiche internazionali e dalle polemiche interne, l’esecutivo prova a dire l’indicibile all’opinione pubblica: di questa vicenda non sapevamo niente, ha fatto tutto la polizia senza avvertirci, ma ha fatto tutto secondo le regole, e nonostante questo ci rimangiamo l’espulsione. Un capolavoro di ipocrisia pilatesca, che non regge alla prova dei fatti e meno che mai a quella dei misfatti. Basta ricapitolarli, e incrociarli con le spiegazioni farfugliate in queste settimane dai ministri, per rendersi conto che la linea difensiva non tiene. Le domande senza risposta sono tante, troppe, per non chiamare in causa direttamente il vicepremier e responsabile del Viminale Angelino Alfano, e in subordine le “colleghe” Bonino e Cancellieri. 

Come si può credere che la Digos organizzi di propria iniziativa un blitz imponente, che nella notte tra il 28 e 29 maggio impegna non meno di 50 uomini, per arrestare Muktar Ablyazov, “pericoloso” oppositore del regime kazako di Nursultan Nazarbayev, inseguito da “quattro ordini di cattura internazionale” (in realtà ne risulta uno solo)? Come si può credere che la Questura di Roma e poi il prefetto decidano di propria iniziativa il decreto di espulsione a carico della moglie del dissidente Alma, per poi trasferirla insieme alla figlia Alua al centro di accoglienza e infine imbarcarla su un aereo per il Kazakistan con il pretesto di un passaporto della Repubblica centrafricana falso (che in realtà si rivelerà autentico)? 

Pensare che un affare di questa portata politica, che va palesemente al di là della dimensione della pubblica sicurezza, possa esser stato gestito in totale autonomia dal capo della Digos Lamberto Giannini e dal dirigente dell’ufficio Immigrazione Maurizio Improta, è un’offesa al buonsenso e alla dignità delle istituzioni. Eppure è quello che si legge ora nel comunicato di Palazzo Chigi. I fatti si sono svolti ormai quasi un mese e mezzo fa. Da allora, i ministri coinvolti hanno taciuto, e manzonianamente troncato e sopito. 

Dov’era Alfano, mentre per ragioni ignote si rispedivano nelle mani di un governo accusato da Amnesty International di “uso regolare della tortura e dei maltrattamenti” le familiari di un dissidente che vive tuttora in esilio a Londra? Dov’era Alfano, mentre l’ambasciatore kazako Andrian Yelemessov tempestava il Viminale di telefonate, per sollecitare l’operazione di polizia poi conclusa con l’arresto di Alma e Alua? Dov’era la Bonino, giustamente sempre così attenta ai diritti umani, mentre un aereo messo a disposizione dalla stessa ambasciata kazaka imbarcava madre e figlia a Ciampino, per ricacciarle nell’inferno di Astana? Dov’era la Bonino, mentre il Financial Times e i giornali internazionali denunciavano  su tutte le prime pagine lo scandalo di una doppia “deportazione” che viola apertamente la Convenzione del 1951 sui rifugiati politici? 

 A queste domande non c’è risposta, se non l’omertoso comunicato ufficiale. I ministri coinvolti non sentano il dovere di assumersi uno straccio di responsabilità. “Non sapevamo”, dicono, mentendo e ignorando che in politica esiste sempre e comunque una responsabilità oggettiva, e che la politica impone sempre e comunque doveri precisi connessi alla funzione. Non sentono il dovere di rendere conto, e di spiegare chi e perché ha esercitato pressioni, e chi a quelle pressioni ha ceduto, in una notte della Repubblica che ricorda alla lontana un’altra notte del 2010, alla Questura di Milano, quando un presidente del Consiglio chiedeva per telefono ai funzionari presenti di rilasciare una ragazza perché era “nipote di Mubarak”. Chi ha telefonato a chi, questa volta? E con quale altra ridicola scusa di “parentela eccellente” ha trasformato un’operazione di polizia contro un rifugiato politico in un gesto di cortesia a favore di un despota asiatico ricchissimo di gas e petrolio, a suo tempo in amicizia con il Berlusconi premier e tuttora in affari con il Berlusconi imprenditore? 

Altrove, per molto meno, saltano teste e poltrone. In Italia, com’è evidente, non funziona così. Sul piano etico, il minimo che si può chiedere è che a quella madre e a quella figlia, purtroppo cacciate con il fattivo contributo delle nostre autorità, sia restituito il diritto di tornare nel Paese in cui avevano deciso di vivere. Sul piano politico, il massimo che si deve pretendere è che chi ha sbagliato, chi ha mentito, o anche solo chi ha taciuto, ne risponda di fronte all’Italia e agli italiani.
m. gianninirepubblica. it 

L’INFINITO (seguito)

Ringrazio quanti hanno avuto la pazienza di leggere la prima parte e, sempre cercando di comunicare con la massima semplicità di cui sono capace, vi sottopongo il seguito.

L’ORIGINE?

È opinione consolidata dei cosmologi che l’universo si sia originato col Big Bang, cioè con una spaventosa esplosione della materia che si trovava tutta concentrata in un unico corpo. Detto così, a prima vista, la cosa appare semplice e intuitiva. Esistono poi numerose prove che la cosa sia vera. Allora qual è il problema? Ce ne sono molti: in linea di massima il fatto è che la cosa, com’è giusto, è difficile da immaginare. Perché? Per mille ragioni: la prima, quando accade questo fatto? Da alcuni calcoli sembra di poter dire 15 miliardi di anni fa ma neanche questo è vero perché per dirlo noi dobbiamo immaginare un tempo che sia un valore assoluto; cioè un tempo che fluisce in modo del tutto indipendente , un tempo al di fuori dello spazio, della materia, insomma un tempo che sia in qualche modo trascendente ma non è così. Infatti Einstein dimostra inconfutabilmente che il tempo ha una dimensione relativa. Era già intuibile dalla fisica galileiana perché la fisica pone in relazione spazio, tempo e velocità, per cui se non possiamo misurare uno spazio (un percorso) ed un tempo (quello impiegato per passare da un punto all’altro) non possiamo definire una velocità ma, contestualmente, non possiamo definire un tempo se non come l’intervallo che occorre per passare da un punto ad un altro ad una data velocità. Per definire il tempo abbiamo quindi bisogno di altre due dimensioni: lo spazio e la velocità. Non possiamo dunque parlare del momento del Big Bang perché nell’immobilità che lo precede (devo usare questo termine “precede” anche se evidentemente improprio perché non abbiamo un’altra adeguata categoria mentale) non ci sono né spazi né velocità. In altri termini il Big Bang crea il tempo ma si verifica in un “momento” di non tempo: il “tempo zero”. Il tempo zero corrisponde anche ad un non spazio e ad una non velocità. In altre parole l’Universo in quel non attimo è uno zero. Ha una massa spaventosamente grande (non infinita, si dice) ma nessun’altra proprietà fisica. Solo la sua espansione crea lo spazio-tempo e questo spazio rimane ed è sempre indefinito (non infinito) in quanto una definizione implica un confine ed un confine implica qualcosa di adiacente, un “fuori” che non può esistere perché, come disse un grande filosofo greco dei primordi, del quale mi sfugge il nome, “L’essere è ed il Non-essere non è, cioè non esiste”. Se ci fosse un “fuori” ci sarebbe pure un altro spazio, preesistente al tempo (altro assurdo) ed infinito; e l’Universo che conosciamo si espanderebbe al suo interno. In effetti invece l’Universo si espande perché il suo moto crea nuovo spazio ma non è all’interno di qualcos’altro né può avere confini. È quindi possibile affermare che l’Universo non ha forma, anche se il Big Bang può suggerire una simmetria sferica questa non è dimostrabile e, secondo me, è pure poco probabile.

Abbiamo dunque visto che l’Universo non ha un “FUORI”. Non ce l’ha perché l’Universo è lo spazio ed è anche il tempo, quindi qualunque cosa che esista nello spazio-tempo ne fa parte e non può essere fuori. Non c’è quindi un “confine”, una bolla di sapone, un grande muro, insomma nulla di nulla che possa dirsi “confine” dell’Universo, in quanto il concetto stesso di confine si riferisce ad una cosa che si interpone fra altre due. Ma allora questo Universo è Infinito? Pare di no. È certamente di una grandezza superiore alla nostra capacità immaginativa ma ha una massa calcolabile e quindi non infinita. Poiché però, nel suo muoversi (parlano di espansione ma non ne sarei così sicuro) crea esso stesso (o forse, più semplicemente è esso stesso) lo spazio e il tempo, possiamo dire che esso è “indefinito”.

La mia convinzione è che l’Universo si chiuda su se stesso, come un gigantesco toroide senza forma (per definirne una forma qualcuno dovrebbe guardarlo e fotografarlo da fuori ma ciò non è ipotizzabile dato che il fuori non può esistere) e, dopo il Big Bang, vada incontro al Big Crash, implodendo, annullando spazio e tempo, e tornando alla ipotetica origine: un punto materiale senza spazio né tempo, cioè quel parente prossimo dell’infinito che chiamiamo ZERO.

L’Universo dunque non è infinito ma è zero? Come è possibile se lo zero è l’infinitesima parte di qualcosa? Come può esistere un infinitesimo senza che ci sia un infinito? La mente quasi cede di fronte a questo enigma. L’unica soluzione pare quella di rispolverare il nostro vecchio infinito perché forse si può affermare che comunque il Cosmo sia infinitamente superiore allo zero e quindi, anche senza essere uno di quegli infiniti all’infinitesima potenza di cui ci parla una certa matematica sia almeno un infinituccio di basso ordine. Come escamotage mi pare un po’ misero perché lo “zero” deve poi (non è un “poi” perché siamo senza tempo, ma come altro potrei dire?) fare un altro Big Bang (altrimenti non si capisce il “precedente”) e riguadagnare spazio e tempo a quella massa che, pur essendo uno zero spazio-temporale non poteva aver perso. Se però, come già abbiamo, quasi inconsapevolmente, fatto, ipotizziamo una sequenza (sia pure in assenza della dimensione tempo) di Big Bang e Big Crash, ecco che allora recuperiamo quella dimensione “infinito” che ci eravamo miseramente persi.

Riflettiamo dunque su questa ipotesi del Big Bang e Big Crash: questa sequenza appare subito come un infinito, per di più ad ogni Big Bang la dimensione tempo ripartirebbe dall’origine il che, in definitiva, vuol dire che infiniti universi partono insieme dallo stesso punto-zero, restando però, di volta in volta, unici, indipendenti ed incomunicabili. Incomunicabili di sicuro perché, essendo in sostanza sempre lo stesso Universo non potrebbe sovrapporsi e fondersi con se stesso neppure in una parte infinitesimale. Credo sia questo che gli scrittori di libri fantasy (tra i quali alcuni scienziati) chiamano “universi paralleli”.

A questo punto, come essere umano, viene spontanea un’altra domanda: come si connette questo discorso col ciclo della vita e della morte? C’è un nesso tra questo discorso e la nostra esistenza biologica?

Certamente la vita altro non è che un evento raro e limitato nel tempo nell’ambito del Cosmo (sicuramente non è un fatto unico e terrestre) ma l’esistenza di esseri in grado di tentare una interpretazione delle leggi della natura secondo la logica ci induce a pensare che la logica sia un elemento fondante di tutto ciò che esiste. In altre parole, il dogma della “materia bruta”, in quest’ottica appare ridicolo: se esiste un pensiero così complesso nei pochi grammi di cervello di un essere biologico è difficile pensare che tutto il resto del Cosmo sia qualcosa di inconsapevole e puramente casuale. Tuttavia su questa strada si sconfina nella fede, cosa che vorrei evitare per rispetto alle religioni ed anche perché ogni religione ci porta nel mondo del “trascendente”, cioè su di un terreno inesplorabile per definizione ma possiamo comunque affermare che la umanizzazione che si fa normalmente della divinità, vista a volte come vendicatrice e a volte come materna ausiliatrice è probabilmente una visione ingenua. Rimane sempre la visione di una divinità creatrice. Essa però rappresenterebbe quel “fuori” che la logica ci dice non esistere. Che Dio sia una realtà immanente o, forse, una non realtà? Né la scienza né la filosofia possono dare una risposta certa.

Non abbiamo però ancora tentato di dare una risposta a quale sia la nostra sorte in questo eterno ciclo e non voglio sottrarmi alla domanda anche se nulla più si può fare se non una pura ipotesi.

Gli infiniti universi paralleli, questa è, in sostanza, la domanda, sono tutti identici? Se ciò fosse, dovremmo considerare ogni evento umano e la nostra stessa esistenza come qualcosa di aprioristicamente determinato, senza alcuna possibilità di variazione né, di conseguenza, alcuna responsabilità individuale per qualsiasi evento (nascite, morti, omicidi, guerre, atti di generosità e quant’altro). La nostra precisa sensazione però, e io penso che ciò sia assolutamente vero, è che la nostra esistenza ci porti ad ogni istante davanti ad un bivio ed ogni decisione nostra, come anche ogni evento esterno, sia determinante per il dopo. Mutatis mutandis, penso che ciò sia sempre vero ed estrapolabile ad ogni cosa ed evento cosmico, quindi credo che ci siano infiniti universi differenti ed altrettanti uguali tra loro e che ce ne siano infiniti che sono uguali fino ad un certo punto e si differenzino da quel punto in poi.

E noi?

Per noi la morte rappresenta il punto-zero. In quell’attimo il nostro tempo si annulla per tornare ad esistere con la nascita di un altro io in un universo parallelo che, per forza di cose, è del tutto identico (nell’infinito non esiste la probabilità zero) a quello attuale fino a quel momento ma, da quell’istante in poi, potrà essere tutto uguale (ciò che, per esempio, consentirà la nascita dei nostri figli) o tutto diverso. Dipenderà da noi e non solo.

Mi viene in mente il paradosso di un grande scienziato e premio Nobel per la pace, Bertrand Russell: Se potessi viaggiare nel tempo e uccidessi mio nonno cosa succederebbe? Non potrei nascere, e non nascendo non potrei viaggiare nel tempo ed uccidere il nonno. Quindi il nonno vivrebbe, io allora nascerei, viaggerei nel tempo ed andrei ad ucciderlo.

In realtà potrei uccidere il nonno ma, in tal caso, mi sarei spostato in un universo parallelo dove accadono altre cose. Forse anche per questo non possiamo uscire dal nostro mondo.

Ringrazio chi ha avuto la pazienza di arrivare fino in fondo e ricordo che questa è una mia visione e non pretende di essere una verità scientifica. La verità è sempre un tendere e forse il bello è che ogni punto di arrivo sarà sempre quello di una nuova partenza.

L’Infinito

Tutti noi, chi più chi meno, crediamo di avere un chiaro  concetto di infinito: infinito è una cosa che non finisce mai! Una cosa grandissima, immensa, una cosa che quasi non riusciamo ad immaginare!

Eh no! Non è così. È vero che non riusciamo ad immaginarla (senza il quasi), ma forse è proprio sbagliato l’approccio: cominciamo col dire che il “non finisce mai” è una categoria temporale e quindi non definisce una dimensione spaziale quale quella cui istintivamente ci stavamo riferendo e poi, pure nella categoria temporale, quel concetto di “finire” non è che sia veramente così illuminante.

Forse la strada giusta è quella di un approccio di tipo matematico (non spaventatevi! Non userò formule astruse). Dunque la geometria ci dice che una retta è una linea, formata da infiniti punti tutti allineati, che non ha né origine né fine. Se ha un’origine è una semiretta, cioè vale la metà di una retta e però ha ugualmente un numero infinito di punti. Già, ma allora ci sono due infiniti: uno più grande (la retta) ed uno più piccolino (la semiretta) e sappiamo pure che uno è il doppio dell’altro. Ma perché, se entrambi hanno infiniti punti?

A complicare la situazione arriva il segmento. Il segmento ha un inizio ed una fine, ha una lunghezza precisa e finita. Tuttavia anche lui ha un numero di punti infinito perché se pure vivessimo quanto Matusalemme e fossimo più veloci del più veloce computer potremmo continuare a dividerlo a metà, e poi la metà a metà, e poi dimezzare ancora quel che resta ma non riusciremmo a finire perché il punto, unità fondamentale del segmento, della semiretta e della retta, sarebbe sempre più piccolo del segmento ottenuto, praticamente uno zero.

Già, uno zero! E cos’è uno zero? Vuoi vedere che anche gli zeri non sono tutti uguali?

Proprio così! Infatti zero diviso per zero non fa uno. Può anche farlo ma può fare anche due o tre o infinito o zero, oppure un numero negativo o un infinito negativo che, del resto, può essere più o meno grande.

Ma torniamo al nostro infinito (lo zero gli è parente perché è un infinitesimo). Questi infiniti sono più o meno grandi ma sono almeno comparabili? Alcuni sì ed altri no. La retta, la semiretta ed il segmento lo sono in una certa misura: infatti sono linee monodimensionali ma esistono anche infiniti di diverso ordine di grandezza; vediamo se riusciamo a capirlo con un’immagine, sempre di natura geometrica.

Supponiamo di tracciare un quadrato su un immaginario PC di dimensioni cosmiche. Col nostro mouse agganciamo uno spigolo e cominciamo ad ingrandirlo. Tutti i lati si ingrandiranno in parallelo e l’area dei quadrati ottenuti sarà una superficie pari al prodotto delle misure dei due lati perpendicolari tra loro (e uguali tra loro). Quando il lato avrà raggiunto lunghezza infinita sarà infinita pure l’area ma l’area, essendo una superficie, è certamente qualcosa di molto più grande: è bidimensionale e, se il lato è infinito, il suo valore è: infinito x infinito, cioè infinito2 . E se sviluppiamo questo quadrato sul terzo asse dimensionale, se cioè ne ricaviamo un cubo il suo volume sarà infinitamente maggiore del quadrato di base: sarà un infinito3, un infinito al cubo. Con questo abbiamo esaurito la gamma delle dimensioni visualizzabili ma si capisce bene che sulla stessa strada posso arrivare ad un infinito elevato all’infinitesima potenza e che neppure questo rappresenterà il punto di arrivo.

Ma c’è una relazione tra queste considerazioni matematico-geometriche e la realtà fisica? Secondo  me sì.

Le scienze matematiche hanno preceduto di molti secoli quelle fisiche e chimiche, scienze queste che senza matematica sarebbero ben misere, certo perché la matematica di nient’altro aveva bisogno se non di carta, penna e genio, il genio di Pitagora, di Archimede, di Leibniz e tanti altri più o meno noti, greci, arabi, italiani, olandesi, inglesi, francesi ecc.. Non può (è sempre e solo la mia opinione, non una cosa dimostrabile) non esistere un nesso tra la matematica, che è pura logica, e la realtà. In primo luogo non esiste nel reale nulla che non si possa esprimere in termini matematici  (a parte le categorie dello spirito e quelle morali, delle quali si può discutere se abbiano valore oggettivo o relativo, ma questo è un argomento che confina col dogma e con la fede; non può essere discusso solo in termini di logica, quindi lo lasciamo fuori) e poi non esiste una scienza che della matematica, più o meno complessa, non abbia necessità.

Questo mi induce a credere che la logica e la matematica abbiano un unico fondamento, essendo la seconda il linguaggio che con più essenzialità esprime la prima e, siccome la logica deriva dal ed è base del mondo in cui viviamo, è l’essenza stessa dell’essere, compreso ovviamente l’essere umano che non sarebbe, come invece è, parte dell’universo se l’universo avesse logiche variabili  (ipotesi formulata da alcuni scrittori di fantascienza che però non sanno descriverne alcuna; e non potrebbero, dato che per farlo dovrebbero possedere una logica “aliena”). In sostanza la logica è quel meraviglioso strumento che ci rende parte dell’essere e ci fa essere in sintonia col Cosmo, entità della quale non potremmo fare a meno e che non potrebbe mai fare a meno di noi, così come non potrebbe prescindere neppure dalla più piccola particella sub-atomica (l’introvabile punto, il quasi nulla, quello zero che, sempre secondo me, esiste e come!).

Qual è infatti l’origine dell’Universo? Quanto è grande? Quanto dura? Cosa diventa? Che forma ha? La nostra morte è definitiva perché tutto l’Universo avrà fine o non è così?

Se avessi in tasca tutte queste risposte e la relativa dimostrazione non basterebbero cento premi Nobel. Queste sono domande eterne e finora hanno avuto risposta solo in termini di dogma religioso. Non voglio certo mettermi in concorrenza con Dio perché il Dio delle fedi è una realtà trascendente e come tale non percepibile da noi (se c’è, ovviamente) ma voglio tentare di mescolare quel poco che la scienza conosce con le infinite possibilità della logica per vedere se ne viene fuori qualcosa di interessante; e per fare questo ci sarà utile ricordare, di tanto in tanto, quegli infiniti e quegli infinitesimi. Perché? Direte voi. Ma perché tutte le risorse della scienza finora non hanno indagato né l’uno né gli altri, per il semplice motivo che l’Universo viene considerato finito e lo zero inesistente a livello fisico.

Possibile allora, mi chiedo io, che la più antica, la più avanzata, la più intrigante delle scienze  (mi sono sempre rammaricato di saperne poca ma quel poco che ne capisco mi affascina sempre), quella senza la quale tutte le altre scompaiono, si perda miseramente nella descrizione dell’assurdo e dell’inesistente? Non sarà forse che ci sfugga ancora qualcosa? Proverò a cimentarmi allora nel rispondere in maniera non fideista alle eterne domande sopra menzionate. Chiederò aiuto a quel poco che ho capito della relatività di Einstein ed alla Logica, matematica e non. Chissà che qualche risposta non ci porti perfino nei pressi di quelle della fede.

(continua)

 

 

CRETINO CI SARA’ LEI

cretinoIl cretinismo è una malattia causata da una carenza di ormoni provocata da un malfunzionamento congenito della ghiandola tiroidea (cretinismo congenito) che può essere addirittura assente nel feto o nei primi mesi dalla nascita, oppure essere presente in forma rudimentale e incapace di produrre Tiroxina e Triiodotiroxina.

Il cretinismo può manifestarsi anche in epoca successiva alla nascita per grave mancanza di iodio nella dieta abituale (cretinismo endemico) o se la tiroide è malata o è stata rimossa chirurgicamente.

Per la carenza di ormoni nello stato embrionale avviene una crescita irregolare delle fibre nervose che si collegano in modo irregolare all’interno del cervello causando danni irreversibili quali sordomutismo, nanismo, irregolare crescita delle ossa e delle articolazioni.

Nell’adulto la malattia causa cambiamenti mixedematosi nei tessuti, aumento di peso, ritardo mentale.

(estratto da Vikipedia)

REFERENDUM e QUORUM

referendum3Il prossimo mese di giugno saremo chiamati ad esprimerci, tramite “Referendum”, su quattro quesiti: uno riguarda il ritorno alle centrali nucleari, due sono sulla privatizzazione dell’acqua ed uno è sul “legittimo impedimento”, cioè sulla legge che consente al presidente del consiglio di disertare i processi a suo carico.
Non si sa ancora con certezza quali dei quattro quesiti sopravvivranno, dato che il governo si è rovinosamente impegnato nel formulare decreti atti a mascherarne le vere intenzioni pur di potersi opporre per motivi formali allo svolgimento dei referendum stessi. Non so quindi ancora se i quesiti saranno proprio quelli detti ma so con certezza che la manovra in atto da parte di chi regge, nel bene e nel male, le sorti dello Stato non è quella di difendere le proprie scelte bensì quella di generare uno stato di assoluta confusione e disinformazione tendente a invalidare la consultazione popolare per mancanza del cosiddetto “QUORUM”.
La Costituzione infatti prevede che un Referendum perda di efficacia se si ha una partecipazione inferiore alla metà più uno degli aventi diritto al voto ed è noto che negli ultimi anni molti Referendum (proposti quasi tutti a vagonate dai vari mal di pancia dei radicali) sono stati praticamente ignorati dalla popolazione.
Ora, quello che dico io è che stavolta ci si trova di fronte a quesiti molto seri; che questi quesiti non sono astrusamente tecnici come capitò in passato ma toccano le nostre coscienze; e infine che sia assolutamente ignobile da parte di chi dirige la cosa pubblica ritirarsi dalla difesa delle proprie scelte per farsi scudo con la pigrizia mentale e fisica di chi non è stato messo in condizione di riflettere su una data scelta.
È ignobile, ribadisco, perché questa forma di democrazia diretta è l’ultima ed estrema possibilità che un popolo, ormai chiamato alle urne solo per ratificare le scelte compiute nelle sacrestie di partito, abbia per far sentire la voce dell’Italia vera che non è quella delle teleschifezze e del bungashow.
Formulo quindi un appello a tutte le donne e agli uomini di coscienza che hanno a cuore la conservazione dei diritti democratici e non sono propensi ad una delega in bianco a nessun “Ghepensimì”, quale che sia il suo colore; un appello a chi vuole ancora che la parola DEMOCRAZIA (potere del popolo) abbia un senso reale in questo Paese:
ANDATE TUTTI A VOTARE!!
Che sia un deciso NO, se le scelte fatte dal governo sulla materia del quesito vi sembrano giuste e condivisibili o se comunque volete esprimere una totale fiducia nelle scelte fatte;
Che sia un deciso SI, se volete l’abolizione di quello che non condividete.
La dialettica politica, che non deve essere scontro ma incontro e dialogo, richiede la partecipazione. Non partecipare spiana la strada alle forme autocratiche di governo e preclude ogni futuro cambiamento. In altre parole conduce al conservatorismo ed alla stagnazione, cioè l’esatto contrario di quella politica di riforme che potrebbe lentamente sollevarci da una crisi che sta distruggendo il futuro dei nostri giovani.
Vincete la pigrizia, accettiamo un leale confronto e contiamo nelle urne quelli che sono i reali sentimenti della gente, senza farci imbonire dai venditori di fumo.

MORTE DI UNA REPUBBLICA

STIPENDIFICIO


 

Si cominciò con l’abolizione del latino nella scuola media. Credo anche io che lo studio ed i programmi debbano andare al passo con i tempi, tuttavia non è mai stato veramente questo lo spirito con cui si sono prodotte riforme di indirizzi di studio e programmi nel nostro Paese. Il latino fu demonizzato come "lingua morta". L’accento su quel "morta" servì ad affabulare un pubblico, all’epoca ancora poco scolarizzato malgrado lo sforzo crescente dei governi succedutisi dopo l’unità d’Italia. In realtà lo scopo era quello di abolire la divisione fra scuola media (l’antico ginnasio) e scuola di avviamento al lavoro, considerata quest’ultima come un residuo classista che perpetuava la divisione fra i figli della borghesia e quelli del popolo minuto. In quest’ottica, quella cioè della scuola media unica, i programmi andavano unificati verso il basso: veniva cioè abolito il latino, simbolo di una cultura considerata auto referente e distaccata dal mondo della produzione, operaio e contadino. A mio parere, quel passo fece mancare una utile, anche se criptica, palestra di esercizio della logica. In genere (ma non era una regola, naturalmente) i ragazzi provenienti dagli studi classici mostravano una capacità di apprendimento superiore ed una maggiore inventiva pure nelle discipline apparentemente più lontane dalla loro formazione di base, come quelle scientifiche. Si potrebbe obiettare che ciò fosse dovuto ai maggiori stimoli intellettuali ricevuti dalle famiglie di origine, per l’appunto, in genere, famiglie della media ed alta borghesia. Non credo però che questa sia la spiegazione corretta, anche se quest’approccio contiene certamente qualche verità: il primo della classe, e della scuola, nel mio liceo era figlio di un operaio povero e semi-analfabeta. Io credo invece nella maggiore capacità formativa del corso di studi effettuato, e questo è frutto sia delle capacità degli insegnanti che della scelta di materie e programmi. Tale scelta, figlia (almeno in passato) dell’esperienza dei docenti e della volontà di legare l’insegnamento alle radici storiche della Nazione era in sostanza il frutto di una sorta di saggezza dei popoli. Anche gli altri corsi delle superiori erano gestiti con una logica formativa efficiente. Essendo però finalizzati alla preparazione di professionisti in grado di entrare subito nel mondo del lavoro (Ragionieri, Geometri ecc.) fornivano una base più pratica e meno eclettica.

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IN MEMORIA DI ESIDRA

 

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UNA CENA D’ALBOINO RE


 

UNA CENA D’ALBOINO RE

 

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BUONE FESTE A TUTTI, meno che a uno!

Un sincero augurio di Buon Natale

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IMBECILLE!!!

Chi mi conosce sa quanta poca simpatia io nutra nei confronti del presidente del consiglio, tuttavia non si può e non si deve neppure immaginare che l’opposizione politica, basata su questioni di programma e di scelte di fronte, possa mai assumere la dimensione dello scontro fisico.

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GRAZIE GOVERNO BERLUSCONI!!!

 

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UN BRUTTO PASTICCIO


 

Mi rendo conto di quanto sia difficile e delicato affrontare un argomento di questo genere. Mi riferisco al caso di Marrazzo, il governatore della regione Lazio. È opportuno premettere che non mi sogno neppure di fare dei "distinguo" tra l’etica che si esige per il Cavalier Berlusconi e quella che si applica ad un uomo della sinistra. In entrambi i casi la vita privata è sacra ma deve essere comunque contenuta entro due limiti: il primo è quello dell’onestà, perché i vizi privati non devono in alcun modo e mai essere a carico, né contro gli interessi, della popolazione; il secondo è quello di non sporcare l’immagine del partito o della coalizione che lo sostiene (ovviamente il lemma di Di Pietro, che cioè un uomo politico non debba essere ricattabile, è compreso).

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LIBERTA’ DI OPINIONE (e di informazione)

A proposito di quanto detto finora: Avevo inserito un video, registrato su "You Tube", di un intervento pubblico di Renato Brunetta.

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LA PROPAGANDA (seguito)

Ci si chiede dunque: ma come diavolo ci viene somministrata questa "propaganda" scientificamente subdola?

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